Altre vie? Una risposta a “L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale” di Leonardo Caffo

di Alberto Manganaro

Qui l’articolo originale

Il punto da cui vorrei partire è l’affermazione finale: il problema della sperimentazione non è scientifico, ma etico. Non credo che dire questo sia sbagliato, ma una posizione del genere mi suscita dei dubbi. Quello principale è legato al timore che essa implichi una concezione di “etica” assoluta, cioè slegata dal contesto socio-culturale in cui viviamo. Forse il termine più corretto è anti-storica (o meglio ancora, a-storica). Ciò che intendo è che, sia al fine di una riflessione puramente filosofica, sia al fine di una riflessione maggiormente orientata al progettare come agire nel concreto attuale, mi sembra sbagliato ragionare senza prima studiare e capire cosa sia oggi la scienza e come venga interpretata. Il rischio è quello di ragionare in modo del tutto astratto, senza considerare il mondo “vero” in cui ci muoviamo. Quello che credo è che un approccio in cui si dica cosa sia giusto e cosa non lo sia, dichiarando in anticipo che non ci interessa minimamente quale sia la realtà dei fatti, non mi pare ottimale. E, da un punto di vista più pragmatico, può implicare una cattiva comunicazione, che rischia di non essere compresa dai più.

In concreto, non credo che si possa fare un riflessione utile accantonando in partenza la domanda se la sperimentazione sia un passaggio fondamentale o meno nello sviluppo di nuovi farmaci. Credo che partire dalla certezza dell’una o dell’altra tesi abbia un ruolo non indifferente nello sviluppo della nostra idea di etica. Mi sembra interessante porre una domanda che esula dal discorso sulla sperimentazione, ma che può aiutare a comprendere ciò che intendo. Io, da vegano, sono convinto che mangiare animali non sia etico; ma questa mia convinzione può essere del tutto slegata dalla convinzione che senza carne ed altri derivati animali si possa vivere bene? Quest’ultima, da molti punti di vista, è una conoscenza di tipo scientifico, tanto è vero che nel dibattito sul tema gli strumenti principali arrivano per lo più da medici, nutrizionisti, associazioni di professionisti e così via. Ma mi chiedo appunto (e non in modo retorico), se sapessi di andare incontro a seri problemi di salute seguendo una dieta vegana, la considererei comunque una scelta etica? Io (e non intendo un soggetto astratto, voglio proprio dire io, la persona concreta che vive qui ed ora) sarei stato in grado di elaborare, o anche solo immaginare, un percorso per arrivare a dire che sia giusta ed auspicabile una scelta la quale mi porterebbe a seri problemi di salute e ad una morte probabile?

Tornando alla sperimentazione, la mia domanda è quindi se non sia pericoloso discutere di come sia sbagliato usare gli animali all’interno di pratiche scientifiche, senza studiare e capire quale sia davvero il ruolo di tali pratiche, di come vengano comunemente interpretate e valutate a livello sociale, e di quali siano le prospettive future delle loro possibili evoluzioni. Mi rendo conto di mischiare forse in modo confusionario un piano più speculativo (possiamo dire filosofico?) con uno più pragmatico (possiamo dire propagandistico?). Questo è forse dovuto al fatto che il mio dubbio principale verte sul timore che molti ragionamenti e riflessioni, anche importanti, spesso rischiano di basarsi su idee astratte e non sul mondo che davvero esiste. E, come conseguenza, da essi difficilmente si possono trarre indicazioni davvero utili per le attività concrete in favore degli animali – le quali, di contro, spesso sono intraprese in totale assenza di ragionamenti e prospettive filosofico-politiche antecedenti, restando dunque contingenti e prive di prospettiva.

In modo speculare a quanto scritto fino a qui, credo vadano poste delle osservazioni all’approccio che viene definito “Anti-Vivisezionismo Scientifico”. Infatti trovo quanto meno rischioso affrontare la questione della sperimentazione sul lato scientifico, intendendo la scienza come qualcosa di astratto e perfetto, avulso da quello che succede realmente nella società. Avere una idea di scienza come di una attività che, per sua stessa essenza, non è influenzata dai concetti di etica o di interesse (insomma, dalle “cose umane”) mi pare del tutto sbagliato. Quanto meno, un approccio come l’AVS andrebbe affiancato da un ragionamento approfondito su come la scienza si muove, e di quali siano i reali meccanismi con cui cambia e si evolve – in modo da avere prima di tutto ben chiaro se e come sia possibile intervenire sul suo corso per spingerla verso l’abbandono della sperimentazione animale.

La necessità di una riflessione più ampia sulla scienza mi pare importante anche perché molto spesso si mischiano, in modo a mio avviso caotico, molti piani che sono fondamentalmente diversi: si critica il solo utilizzo di animali o la critica è più ampia? Spesso il punto di partenza è la sperimentazione, ma appare in modo più o meno chiara una critica a tutto il sistema scientifico “ufficiale”, per poi accavallarsi alla critica di altri aspetti di natura più economico-politica (il potere e l’influenza delle multinazionali). Per questo potrebbe essere utile una riflessione oggettiva sulla scienza, che ci aiuti ad elaborare meglio cosa esattamente vogliamo criticare e sopratutto quale prospettiva abbiamo: come antispecisti che tipo di scienza ci immaginiamo, e quale ruolo dovrebbe avere nella società futura?

Da queste riflessioni, a dire il vero un po’ confuse e confusionarie, ne deriva che forse la mia idea è che una divisione come quella fra “Anti-Vivisezionismo Etico” e “Scientifico” non avrebbe motivo di essere discussa (né tanto meno incoraggiata). Al posto di tale dicotomia, immagino una posizione in cui l’etica abbia un ruolo fondamentale, ma sia supportata ed affiancata da una seria riflessione sulla scienza; e dall’altro lato, le attività anti-vivisezioniste di tipo scientifico siano mirate non tanto a definire la sperimentazione come “cattiva scienza”, quanto a mostrare come tale approccio abbia forti limiti e quindi sia concretamente (con gli strumenti attuali e con quelli che verranno sviluppati) sostituibile. Dunque, una situazione in cui etica e scienza siano complementari, e si sviluppino insieme partendo dal dato concreto della situazione reale, evitando di proporre soluzioni astratte – le quali, oltre ad essere difficilmente riconducibili alla complessità del mondo reale, portano a molti problemi nell’ambito della comunicazione.

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