Cattivi consigli o cattivi conigli?

di Leonardo Caffo

Le pagine culturali del Sole 24 ore ospitano sempre interessanti articoli (la Domenica corro a comprarlo): ed è anche il caso di questo pezzo, appena uscito, a firma dello storico della medicina Gilberto Corbellini intitolato: “I cattivi consigli dell’empatia”. A una prima (e superficiale) lettura potremmo pensare che sia un articolo contro l’antivivisezionismo, ma in realtà è quanto di più intelligente abbia letto sull’argomento negli ultimi tempi: basta saper interpretare, nel giusto modo, certi dati (alcune sono ipotesi, precisamente) forniti da Corbellini. Tra le frasi che potrebbero ingannare il lettore, soprattutto se animalista isterico (esistono, non nascondiamoci dietro un dito), spicca la seguente (la chiusa del pezzo): «è possibile fare a meno o ridurre significativamente la sperimentazione animale in modo drastico, piuttosto che progressivo come sta avvenendo. A condizione che si sia disposti ad accettare un rallentamento dei progressi medici e quindi un peggioramento della salute umana». Questo pezzo dell’articolo di Corbellini segue a tutta una serie di rilevazioni che sono giustificate e condivisibili come, ad esempio, la constatazione che la percentuale più elevata di cittadini contrari alla sperimentazione si trova nei Paesi con i più alti livelli di alfabetizzazione, soprattutto scientifica: vale a dire che più si è colti e intelligenti (e benestanti, aggiungo io) più è facile rinnegare la pratica violenta che sottostà alla ricerca medica che chiamiamo “sperimentazione animale”, quando vogliamo fare i moderati, e “vivisezione” quando vogliamo fare i realisti. Inoltre, sempre Corbellini, sostiene – ancora una volta a ragione – che gli eccessi emotivi sono quelli che regolano settarismi di vario genere, dalla violenza incondizionata verso gli animali, all’utopia ingenua che vede il leone portare la gazzella al cinema al sabato sera. Nella moderazione emotiva, ovvero nella capacità di dosare ciò che sentiamo relazionandolo a ciò che vediamo, risiede la possibilità del progresso biologico e morale della nostra specie: le emozioni si devono integrare «con le nostre esigenze più generali, nella fattispecie con il buon andamento di quella ricerca scientifica con la quale, spesso, le emozioni vengono messe irrazionalmente in tensione». La frase finale di Corbellini, dunque, non solo non è anti-antivivisezionismo  ma è a suo favore:  mette semplicemente in luce quella realtà, resistente ed evidente, negata dall’antivivisezionismo scientifico – parte abbondante della medicina che oggi ci permette di non crepare per un raffreddore si basa sulla sperimentazione animale e, per quanto sia limitato e limitante il modello animale, a furia di tentare e ritentare la scienza ha fatto enormi progressi e io, ad esempio, posso farmi passare un mal di pancia senza pregare Zeus e gli altri abitanti dell’Olimpo. Corbellini dice il vero quando afferma che possiamo eliminare del tutto la vivisezione, senza il progressivo moralismo del “solo topi e niente cani”, ma dobbiamo comprendere che molti progressi scientifici andranno persi: l’antivisezionismo scientifico continua a barare. Tutto sta nel comprendere che da una posizione etica antispecista, quelli della scienza non sono più progressi, perché la dimensione dell’utile scientifico viene integrata con quella del rispetto morale dell’altro in ogni sua forma. La grande rivoluzione dell’antivivisezionismo etico, lo si capirà in futuro, è innanzitutto la sua capacità di ripensare radicalmente l’umano: bisogna anche rivoluzionare l’idea della vita ad ogni costo, imparare a morire, a non accanirsi con le terapie … a rispettare gli animali perché torniamo animali (in senso metaforico, non si preoccupino troppo gli amanti delle due zampe). Se capiamo che la vita animale non è inferiore a quella umana non abbiamo bisogno di sapere che bloccheremo il progresso scientifico/medico salvando la vita di miliardi di topi: è in quella salvezza che vediamo il progresso. Lo so, la mia posizione suscita più critiche che applausi, ma per salvare gli animali dobbiamo anche imparare a perdere alcuni privilegi, non ultimi quelli medici – e spesso ci si accanisce contro l’antivisezionismo etico, non tanto perché l’empatia fornisce cattivi consigli, come recita il titolo del pezzo di Corbellini, ma perché molti sono cattivi conigli: per salvare gli animali vogliamo avere la certezza che la medicina funzioni lo stesso, che possiamo campare fino a 100 anni magari senza riuscire manco a camminare … ma che rivoluzione è, l’antispecismo, se per salvare coloro per cui nasce ha bisogno di sapere che si salva perché la pratica di sterminio è “inutile”? Ai conigli, che dovrebbero salvare, e a quelli che dovrebbero salvarli, l’ardua sentenza.

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