La crisi del “prodotto” Harlan

untitled

IL CALO DI PROFITTI DELLA HARLAN LABORATORIES DI AZZIDA: CRISI ECONOMICA, RICONVERSIONE DEL SISTEMA PRODUTTIVO E PROBLEMA OCCUPAZIONALE

Dalla Relazione di Gestione della Harlan Laborartories s.r.l. di Azzida riferita al 2012 (fonte diretta e pubblica) si apprende che: la società ha chiuso il 2012 con una perdita di esercizio dovuta a “(…) un deterioramento sia della vendita di animali di produzione propria (-16%) che di prodotti per la rivendita (-45%). La diminuzione nell’ambito di attività di produzione propria è da attribuirsi alla situazione economica di difficoltà sia a livello nazionale , sia a livello dei principali paesi europei in cui la società opera. La diminuzione dei prodotti per la rivendita, relative in particolar modo a primati non umani, è correlata alla difficoltà specifica di commercializzazione di tali animali.”

Da queste frasi emerge chiaramente che l’acquisto e la rivendita di primati non umani non è un’attività marginale della Harlan Italia; anzi questo traffico legale costituisce parte redditizia e fondamentale dell’attività italiana della multinazionle.

Sarebbe importante sapere da chi vengano acquistati questi esseri viventi, da dove provengano, a chi vengono rivenduti e per quali scopi!

Viene anche sottolineato che si è reso necessario un “incremento di costi per servizi per fronteggiare particolari situazioni di criticità, che si sono manifestate nel corso dell’esercizio. Ci si riferisce più specificatamente alla necessità di porre in essere misure di sicurezza aggiuntive in seguito all’interesse di gruppi animalisti nei confronti dell’attività svolata dalla società”

La società ha inoltre stanziato investimenti di 325mila euro riferiti ad impianti e macchinari in vista dell’espansione del business relativo a servizi su animali transgenici.

Più che preoccuparsi di eventuali attacchi terroristici all’azienda da parte di gruppi animalisti violenti, la Dirigenza della Harlan dovrebbe piuttosto riflettere sul radicale cambiamento culturale ormai in atto non solo in Italia, ma a livello internazionale.

Si tratta di un vastissimo e civile movimento di opinione sostenuto da cittadini e da esponenti del mondo scientifico basata su una nuova coscienza etica del rapporto uomo-animale, che sta ottenendo notevole interesse politico e modifiche legislative.

Le fasi di acuta crisi economica del sistema produttivo, come quella attuale, offrono un’occasione imperdibile per ripensare a ristrutturazioni e riconversioni dell’attività produttiva, fondate sul principio etico irrinunciabile del rispetto per tutti gli esseri viventi umani e non umani e per l’equilibrio ambientale del nostro pianeta.

Non è più possibile continuare a sostenere un sistema economico basato sul profitto di ristrette oligarchie economiche e finanziarie, dove esseri viventi senzienti diventano “prodotti”, “merci” da commerciare, creare e distruggere nel nome del profitto..

E’ recente la notizia (di fonte LAV) della soppressione di centinaia di topi da laboratorio all’Istituto “Negri Sud” di Santa Maria Imbaro (Chieti) in seguito all’annuncio di crisi economica ed occupazionale dell’azienda, animali che attendevano nello stabulario di essere sottoposti a sperimentazione.

Il Consiglio Regionale dell’Abruzzo ha annunciato lo stanziamento di altri 440mila euro per far sopravvivere la struttura, stanziamento che potrebbe essere invece essere usato in modo intelligente per una riconversione in attività di ricerca senza animali.

Il futuro della ricerca medica e di conseguenza del sistema economico ad essa correlato non è rappresentato certamente dalla creazioni di animali transgenici, ma dalla costruzione di banche di tessuti umani sani e patologici (quasi assenti in Italia) e di strutture di ricerca bio _ medica avanzata con i metodi sostitutivi.

Uno sguardo lungimirante e attento della Dirigenza di tutte le aziende e multinazionali come la Harlan, che traggono profitto dal mercato della vivisezione, dovrebbe portare ad iniziare tempestivamente un processo di riconversione graduale, che potrebbe completarsi nell’arco di dieci o quindici anni.

Questo offrirebbe la possibilità di risolvere in modo autentico il problema dell’occupazione dei lavoratori nel territorio di attività , poiché una riconversione di un sistema produttivo, soprattutto nei momenti di crisi, non porta alla riduzione o all’azzeramento dei posti di lavoro, ma piuttosto ad un’espansione degli stessi.

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: